domenica 11 agosto 2013

Le parole e i gesti per dare conforto all’amico malato

ncano le parole. C’è chi a volte le trova e sono quel-le sbagliate. Può essere difficile stare vicino a un pa-rente o a un amico malato. Frasi che non riescono
a nascondere l’ansia e il dispiacere. Sostenerlo
giorno dopo giorno fra interventi e terapie. Nel li-bro  Come essere amico di una persona malata (edi-zioni Corbaccio), la giornalista americana Letty
Cottin Pogrebin, ha raccolto direttamente nelle sa-le d’aspetto degli ospedali testimonianze dei pa-zienti. Dall’inchiesta dell’autrice, che è riuscita a
guarire dal cancro, emerge un piccolo galateo del-la malattia.
Fra le regole d’oro, c’è quella di fare attenzione a
quello che si dice, di non far pesare le proprie
preoccupazioni sullo stato di salute del congiunto
e di ricordare che la disponibilità non deve mai tra-sformarsi in invadenza.
Va sempre chiesto, ad
esempio, se la persona
vuole compagnia o se pre-ferisce rimanere sola. «Bi-sogna saper individuare i
bisogni del malato e cer-care le risorse per rispon-dere. Stargli accanto,
esprimendo affetto —
spiega Angela Tenore,
psicoterapeuta della Fon-dazione nazionale Gigi
Ghirotti, che si occupa di
malati terminali — orga-nizzarsi per non farlo sen-tire mai solo e mantenere
viva la speranza per il fu-turo. È anche necessario
ascoltare con interesse
quanto la persona malata
dice di sé».
Nel gestire la situazione
va evitata ogni forma di
conflitto. «I familiari do-vrebbero inserirsi nel rap-porto di alleanza tra me-dico e paziente, senza al-terarne gli equilibri, ma
colmandolo con quel ca-rico di amore che il medi-co non può dare — spiega
Umberto Veronesi, diret-tore scientifico dell’Istitu-to di oncologia di Milano
— Credo anche che il mo-do migliore per stare vici-no a un malato sia conti-nuare ad essere se stessi, e
non permettere che la
malattia alteri il modo di
relazionarsi ai propri cari. Non ci dovrebbero esse-re argomenti tabù, bisognerebbe solo tenere pre-sente le caratteristiche di chi ci sta di fronte. La gra-vità di ogni malattia, infatti, dipende anche dal vis-suto del malato e dalle sue caratteristiche psicolo-giche: medici e familiari non dovrebbero mai di-menticarlo».
Un problema quello “dell’empatia” con il pa-ziente che riguarda anche il personale sanitario e
che diventa ancora più difficile nel caso di fasi acu-te della malattia. Secondo un recente studio pu blicato sul British medical journal il
73% dei malati terminali di tumo-re vorrebbe passare gli ultimi gior-ni a casa, ma solo il 29% riesce a
farlo. Difficile per medici e infer-mieri gestire il quotidiano in mo-menti così delicati e dare spiega-zioni ai diretti interessati. «Credo
che debba essere detto tutto quello
che il paziente vuole sapere ed è in gra-do di tollerare, quindi non dobbiamo
chiederci solo cosa va detto, ma soprattut-to come e quando — spiega Gabriella Bordin,
infermiere coordinatore di medicina interna all’O-spedale di Castelfranco Veneto — Ciò si traduce
nella necessità di dare un’informazione tempesti-va, graduale e chiara, che lasci spazio alla com-prensione, alle domande e alle emozioni. Gli ope-ratori devono acquisire una competenza adegua-ta».
«Il comportamento è quello che cerca di indur-re il migliore benessere del paziente stesso, so-prattutto se non si può predisporre un ambiente a
tutti i costi sereno. Bisogna essere pronti all’ascol-to accettando i silenzi, incoraggiare il congiunto a
guardare a quanto di positivo in quel momento
c’è, di sollievo, di assenza di dolore, sospendendo
considerazioni che riguardano il domani cercan-do di essere alleati dei medici e del personale so-cio-sanitario — spiega Luisa Nadalini, docente in
percorsi formativi sulla personalizzazione delle
cure al paziente promossi dall’Azienda Ospedalie-ra Universitaria di Verona — L’alleanza terapeuti ca quando è sforzo per il massi-mo bene del paziente è una medi-cina molto importante in ogni mo-mento e particolarmente nel fine vita».
Fra i momenti critici quello in cui si de-vono comunicare brutte notizie e spiegare che
cosa sta succedendo al malato. Anche perché a
volte le famiglie preferirebbero nascondere la ve-rità al proprio caro. «Sono convinto che il pazien-te debba sempre sapere la verità: è un suo diritto
fondamentale — conclude Veronesi — Il medico,
nel comunicarla, dovrebbe cercare di ispirare fi-ducia nel malato e mantenere il giusto equilibrio
tra obiettività della scienza ed empatia della cura,
entrambe imprescindibili per ottenere la massi-ma efficacia della terapia».

Quei farmaci anticancro solo per ricchi

D
ue nuovi farmaci on-cologici molecolari a
pagamento per i citta-dini. Un cortocircuito delle
normative europea e italiana
sta producendo una macro-scopica ingiustizia per i malati.
Come rivelato dal sito dell’E-spresso, il Pertuzumab e l’Afli-bercept, il primo usato contro i
carcinomi della mammella, il
secondo per i tumori del colon
retto, in Italia saranno a carico
dei pazienti. Il primo costa
6mila euro all’inizio e poi 3mi-la ogni tre settimane, il secon-do 4mila euro ogni tre settima-ne.
Cosa è successo? L’Ema,
l’ente regolatorio farmaceuti-co europeo, ha approvato i due
medicinali, rispettivamente il
4 marzo e il primo febbraio
scorso. Fino ad ora dopo l’ap-provazione di Ema, l’Aifa, cioè
l’Agenzia per il farmaco italia-na, incontrava l’azienda pro-duttrice e contrattava il prezzo,
per decidere il valore del rim-borso che il sistema sanitario
nazionale avrebbe riconosciu-to per il medicinale. Fatto l’ac-cordo, il prodotto finiva in fa-scia A, cioè a carico dei sistemi
sanitari regionali e veniva mes-so in commercio.
Un nuovo decreto, siglato
dall’ex ministro Renato Bal-duzzi, ha però previsto che i
medicinali vadano in vendita
subito dopo l’approvazione
dell’Ema e prima dell’accordo
sul prezzo all’Aifa, che può du-rare da 2 a 6 mesi. Visto che non
si sa ancora nulla della rimbor-sabilità, però, finiscono in fa-scia C, cioè a pagamento del
paziente dopo prescrizione. Si
tratterebbe di un modo per
rendere disponibile prima il
medicinale per i malati ma
quando i prezzi sono così alti e
i malati hanno il cancro, pro-duce effetti distorti. Come in uesto caso.
È la prima volta che due far-maci oncologici vengono fatti
pagare ai pazienti, ed è proba-bile che chi ne ha bisogno inizi
dei contenziosi con la propria
Regione per farseli comunque
rimborsare dopo averli com-prati.
Ieri gli uffici del ministro
Beatrice Lorenzin hanno ini-ziato a studiare la vicenda, per-ché si ritiene che una situazio-ne del genere non sia accetta-bile. Si sta pensando a dei cor-rettivi che potrebbero arrivare
già nei prossimi giorni.
Renato Balduzzi, oggi parla-mentare con Monti, spiega
qual è la filosofia della norma.
«Abbiamo sdoppiato la proce-dura: da un lato l’autorizzazio-ne al commercio arriva subito
— dice l’ex ministro — dall’al-tro l’Aifa lavora sul prezzo sen-za pressioni e condizionamen-ti. Dobbiamo ricordare che
una volta, in attesa della deter-minazione del costo del farma-co, il prodotto in Italia non era
disponibile e molti se lo anda-vano a comprare all’estero. La
possibilità di comprarlo in Ita-lia era comunque stata richie-sta dai pazienti. Quindi per chi
non può permetterselo non
cambia niente rispetto a pri a». Balduzzi spiega che co-munque la legge permette una
via d’uscita in certi casi: «L’Ai-fa, vista l’importanza terapeu-tica o sociale di certi medicina-li, può anticipare i tempi di de-terminazione del prezzo e
quindi della gratuità del far-maco per il paziente».
Pertuzumab e Aflibercept
sono due farmaci molecolari.
«Possiamo dividere questa ca-tegoria di medicinali in due ti-pi, quelli che guariscono il tu-more e quelli che allungano la
sopravvivenza e migliorano la
qualità della vita». A parlare è
Piergiuseppe Pelicci, con di-rettore scientifico dell’Ieo di
Milano. «I primi funzionano
ad esempio contro alcuni
linfomi. I due nuovi farmaci
rientrano tra i secondi. L’Ema li
ha approvati perché gli studi
clinici dimostrano un effetto
significativo, superiore ad altri
farmaci disponibili. Bisogna
però chiarire che i medicinali
molecolari si danno a pazienti
selezionati, non sono come la
chemioterapia che si fa a ogni
malato. I nuovi prodotti costa-no tutti tanto. Se ora questi due
sono a carico del paziente,
quando saranno rimborsabili
diventeranno a carico dei cit-tadini».
Quello che sta succedendo
con Pertuzumab e Aflibercept
non piace alla Lilt, Lega italia-na per la lotta contro il tumore.
Per il presidente Francesco
Schitulli, un senologo, «i far-maci oncologici devono essere
gratuiti. Nessuno si augura di
sviluppare un cancro, una ma-lattia già destabilizzante sotto
l’aspetto fisico e psicologico.
Non dobbiamo aggiungere
l’onere finanziario. Va trovato
un modo per non farli pagare.
Lo Stato deve aiutare i cittadi-ni. Questi prodotti allungano
comunque la vita e migliorano
la sua qualità»

venerdì 26 luglio 2013

Studiare le storie dei pazienti nasce un network internazionale

agli anni ’70-’80, con
i primi tentativi di ap-plicazione dell’ap-proccio terapeutico
che va sotto il nome di medicina
narrativa, orientato alla dimen-sione umanistica e sociale della
relazione medico-paziente, sono
stati progressivamente sviluppati
e affinati strumenti e tecniche
sempre più rigorosi per cercare di
incentivare l’impiego della narra-zione e della conoscenza basata
sulle storie di malattia nella prati-ca clinica. Uno strumento che, è
bene ricordarlo, non può che mi-gliorare la qualità dei percorsi di
assistenza e cura, in particolare in
un settore come quello delle ma-lattie rare, caratterizzato spesso
dalla scarsità di conoscenze, lette-ratura scientifica e grandi numeri.
La Narrative Medicine Confe-rence che avrà luogo a Londra da
domani al 21 giugno, organizzata
dal King’s College in collabora-zione con la Columbia university
di New York, mira proprio a fare il
punto sullo stato dell’arte delle
competenze nel campo della me-dicina narrativa e sulle nuove
prospettive aperte da studi inno-vativi e protocolli sperimentali,
stimolando il confronto ed il di-battito in merito al futuro. L’ap-puntamento sarà anche l’occa-sione per annunciare la nascita
del primo network internaziona-le dedicato alla narrative medici-ne, che consentirà agli esperti sul
tema di essere costantemente in
contatto e condividere in modo
più strutturato ed efficiente il pro-prio know-how.
Da alcuni anni il Centro Nazio-nale Malattie Rare (CNMR) dell’I-stituto Superiore di Sanità (ISS)
ha attivato il Laboratorio di medi-cina narrativa, con l’obiettivo di
promuovere in sanità l’uso della
medicina narrativa, in particola-re nell’ambito di malattie poco
conosciute come le rare, indivi-duando diverse aree di interven-to: documentazione, ricerca,
informazione e formazione. Con
entusiasmo, quindi, abbiamo ac-colto la sfida di “Viverla Tutta”,
avviata da uno spazio aperto al-l’interno del sito web del quoti-diano  la Repubblica e proseguita
con il progetto “Laboratorio spe-rimentale di medicina narrativa”,
coordinato dal CNMR dell’ISS, i
cui partner sono l’ASL 10 di Firen-ze, la European Society for Health
and Medical Sociology (ESHMS)
e la Pfizer Italia.
Le giornate di Londra consen-tiranno di portare all’attenzione
di un pubblico internazionale an-che il contributo delle centinaia
di storie di persone, con malattie
rare e croniche, e di caregiver (co-lui o colei che principalmente si
prende cura della persona mala-ta, ndr) che sono state raccolte
durante la Call to action “Viverla
Tutta”. Una pagina web creata al-l’interno del sito Repubblica. it ha
consentito di raccogliere i contri-buti di pazienti e caregivers. Rac-conti che sono stati analizzati,
con metodi qualitativi e quantita-tivi, nell’ottica delle tre dimensio-ni-chiave dell’esperienza di ma-lattia: disease, illness e sickness,
intese secondo il punto di vista di
pazienti e caregivers.
Circa un terzo delle narrazioni
raccolte interessava aspetti legati
alla malattia concepita come di-sease, facendo riferimento a tutto
Medicina narrativa
ciò che era correlato alla dimen-sione strettamente “medica”, co-me aspetti relativi a diagnosi e cu-re. All’interno di questa categoria,
più della metà dei contributi si è
focalizzato sulla cura, circa il 40%
sulla diagnosi, una parte minore
sulla modalità di comunicazione
e l’atteggiamento dei professio-nisti della salute. Il ritardo dia-gnostico si conferma come aspet-to particolarmente critico so-prattutto nel caso di malattie rare.
La dimensione soggettiva della
malattia, l’illness, che include la
sfera dei rapporti affettivi e della
qualità della vita, è stata oggetto
di quasi la metà delle narrazioni
raccolte. In tale categoria, le nar-razioni erano centrate principal-mente sugli aspetti emotivi, sulla
percezione della malattia, sugli
atteggiamenti nei confronti della
malattia, ma anche sulla qualità
della vita e sull’impatto della ma-lattia nella vita di tutti i giorni. Sul-la percezione della dimensione
sociale della malattia, la sickness,
erano focalizzate circa il 20% del-le narrazioni raccolte. Tra i risul-tati più significativi: più di due
terzi delle testimonianze all’in-terno di questa categoria si soffer-ma su aspetti legati a come pa-zienti o caregiver vengono perce-piti da chi li circonda (ad es. pa-renti, amici, colleghi e professio-nisti non sanitari). Altri temi di ri-lievo, emersi dai racconti, sono
stati l’accesso ai servizi sanitari e
sociali, le politiche sanitarie (in
termini di organizzazione dei ser-vizi e riconoscimento dell’invali-dità), l’integrazione socio-sani-taria e le questioni legali.
I risultati dell’analisi delle nar-razioni raccolte, unitamente alla
letteratura scientifica sul tema
della medicina narrativa, costi-tuiranno il background per la rea-lizzazione di Linee di indirizzo
per l’utilizzo della medicina nar-rativa in ambito clinico-assisten-ziale, per le malattie rare e croni-co-degenerative, destinate a ope-ratori della salute impegnati in
ambito sanitario, sociale e socio-sanitario (Consensus Conferen-ce il 2 e 3 ottobre all’ISS).
* Direttore Centro Nazionale
Malattie Rare, IS

lunedì 22 luglio 2013

l 64% dei ragazzi avrebbe difficoltà di concentrazione e il 20% di memorizzazione Da domani le prove scritte: si diffonde tra gli studenti il ricorso illegale a farmaci destinati al trattamento della demenza e di deficit dell’attenzione con la convinzione che aiutino l’apprendimento. Ma non è così. Anzi, possono causare danni gravi Study-dru

le notti insonni sui libri a quelle
passate su internet cercando
qualche scorciatoia per studiare di
più, ma con meno fatica. Oggi,
purtroppo, avanza la figura del
“dopato cerebrale” che, in rete o
dallo spacciatore, si procura le
study-drug, farmaci psicostimo-lanti prescritti per determinate
patologie ma assunte dagli stu-denti per potenziare memoria e
concentrazione. I più cercati sono
quelli per la cura di malattie psi-chiatriche e neurologiche come il
piracetam (morbo di Alzheimer),
l’hydergina (demenza senile), il
metilfenidato (sindrome da defi-cit di attenzione e iperattività) e il
modafinil per la narcolessia.
Da un sondaggio di Skuola.net
emerge, infatti, che il 64% degli
studenti ha difficoltà di concen-trazione e il 20% di memorizzazio-ne. E allora basta collegarsi a inter-net per procurarsi in pochi click
sostanze illegali come le smart
drug (di origine naturale o sinteti-ca attive sul sistema nervoso) e far-maci con obbligo di ricetta. Su al-cuni drugstore online si può ac-quistare liberamente, per esem-pio, un flacone di piracetam da 40
capsule a 45 sterline.
Gli esperti però smentiscono i
presunti effetti benefici e mettono
in guardia sui potenziali rischi che
possono essere anche gravi: «Non
esistono sostanze che aumentano
le capacità cognitive - avverte Si-mona Pichini, dell’Osservatorio
fumo, alcol e droga dell’Istituto
superiore di sanità - anzi l’assun-zione da parte di soggetti sani di
D
Su alcuni siti web si può
acquistare senza la richiesta
del medico un flacone
di piracetam per l’Alzheimer
da 40 capsule a 45 sterline
farmaci nati per specifiche patolo-gie può comportare effetti collate-rali a livello del sistema nervoso
centrale e cardiocircolatorio».
Ma l’acquisto di psicofarmaci di
vario tipo, ovviamente senza ri-cetta, non è nuovo. Nel 2012 il rap-porto Espad dell’Istituto di fisiolo-gia clinica del Consiglio nazionale
delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) ha
individuato un 15,4% di ragazzi
che si è procurato senza la neces-saria prescrizione farmaci attivi
sul sistema nervoso, indicati per
trattare insonnia, depressione,
iperattività, obesità e disturbi del-l’attenzione. Ed è proprio que-st’ultima categoria a subire un’im-pennata verso i 19 anni, età della
maturità (la media è del 3,7%).
La preparazione casalinga de rodotto, invece, risulta molto dif-ficile in mancanza di specifiche
competenze chimiche. Non man-cano però i casi di “kitchen labora-tory”, laboratori illegali diffusi so-prattutto nell’est Europa che poi
rivendono i farmaci contraffatti al
mercato nero.
Sempre per restare svegli e
quindi studiare di più, il classico ri-medio di bere caffè è stato supera-to dagli energy drink, bevande
analcoliche a base di caffeina, tau-rina, carnitina, creatina e vitamine
del gruppo B, che contribuiscono
alla riduzione del senso di stan-chezza. Una sola lattina può equi-valere a più tazzine di caffè e abu-sarne può provocare tachicardia.
Eppure quella degli energy drink è
una tendenza in crescita, soprat-tutto tra i maschi: a 19 anni, la quo-ta di consumatori (da almeno una
lattina in su) è del 58% (contro il
30% delle ragazze) e gli studenti
che ne bevono più di venti nel cor-so di un mese sono stabili dal 2009
(3%).
Un quarto degli studenti si affi-da agli integratori alimentari e po-livitaminici per la memoria nono-stante la loro dubbia efficacia.
«Nel caso di soggetti giovani - spie-ga Vitalia Murgia, docente di fito-terapia alla Sapienza di Roma -possono rivelarsi utili le piante ad
azione “adattogena” cioè quelle
che aiutano il nostro organismo a
far fronte a situazioni di stress fisi-co e mentale. Tra queste la più co-nosciuta è il ginseng (Panax Gin-seng)».



mercoledì 17 luglio 2013

Estremo o light? Quando il fitness fa restare giovani

are sport fa invecchiare meglio, o, addirittura, me-no? Per scoprirlo alcuni ricercatori hanno studiato
l’effetto dell’esercizio fisico sui telomeri, strutture
simili a dei cappucci che racchiudono le estremità
dei cromosomi, considerati un indice di senescen-za cellulare perché si accorciano ogni volta che una
cellula si divide. Secondo un recente studio pubbli-cato su Plos One , un alto livello di resistenza e di ca-pacità aerobica, tipica degli atleti, ha effetti positivi
sulla lunghezza dei telomeri.
Realizzata da un gruppo di ricercatori dell’uni-versità norvegese di Trondheim in collaborazione
con colleghi di Roma Tre, la ricerca mette in relazio-ne l’intensità della pratica sportiva con la lunghezza
dei telomeri in quattro gruppi di persone, diversi per
età e grado di allenamento. Il confronto è stato fatto
tra dieci giovani di età compresa tra i 22 e i 27 anni, e
altrettanti anziani tra i 66 e i 77 anni. Entrambi i grup-pi di età erano composti per metà da partecipanti as-sidui a una maratona sciistica di 58 km, dunque al-lenati ad attività di endurance, cioè con alte capacità
di resistenza alla fatica per periodi prolungati, e per
l’altra metà da persone non sedentarie e media-mente in forma, ma non sportivi in senso stretto. In
entrambi i gruppi d’età, la lunghezza dei telomeri è
risultata maggiore nei più allenati, anche se la diffe-renza era più elevata tra gli anziani rispetto ai giova-ni.
«I risultati mostrano che tra gli anziani, il gruppo
degli atleti risulta avere telomeri notevolmente più
lunghi rispetto ai non atleti. Sembra dunque che
l’attività aerobica intensa abbia contribuito a ral-lentare la costante erosione delle estremità dei cro-mosomi», spiega Antonella Sgura, ricercatrice di ge-netica al dipartimento di scienze di Roma tre e co-autrice dello studio. In sostanza è come se chi prati-ca allenamenti intensi invecchi un po’ più lenta-mente, almeno dal punto di vista cellulare. «La mi-nore differenza riscontrata tra i più giovani può
essere determinata dalla limitatezza del campione,
o dal fatto che l’azione a lungo termine dello sport
non è ancora visibile, ma anche dal fatto che nei gio-vani il processo di declino fisiologico delle cellule
non è ancora a uno stadio avanzato», osserva Sgura.
«Si tratta però di un argomento controverso», sot-tolinea Michele Guesci-ni, ricercatore e titolare
del corso di Biologia
molecolare applicata
allo sport dell’univer-sità di Urbino, «altri stu-di hanno messo in luce
che allenamenti pro-lungati e ad alta resi-stenza aumentano lo
stress ossidativo, cioè inducono una maggiore
quantità di radicali liberi che possono danneggiare
le cellule». Lo studio entra infatti nell’annosa di-scussione se sia meglio praticare un’attività fisica
moderata o allenamenti molto intensi, e prendendo
in esame parametri diversi, le persone dedite al fit-ness estremo non sempre sono quelle che a distan-za di tempo se la passano meglio. Ancora sulla ma-ratona sciistica, un team di ricercatori danesi segna-la sull’ European Heart Journal un aumento del 30%
del rischio di aritmia cardiaca tra gli habitué a que-sto tipo di gare. E diverse evidenze sono state rac-colte in un articolo pubblicato su  Mayo Clinic Pro-ceedings sui potenziali effetti negativi per il cuore del
praticare per anni attività troppo intense e prolun-gate, come la maratona, il triathlon, ciclismo e altri
sport dove è richiesta capacità resistere a lungo in
condizioni di forte sforzo. «In effetti in altri studi che
ho realizzato con altri team di ricerca», conferma
Sgura, «è emerso che l’attività fisica moderata aiuta
a contrastare lo stress ossidativo, un po’ come se au-mentassero le difese antiossidanti endogene

Incretine Dopo l’inchiesta del British Medical Journal al congresso Usa sul diabete sollecitati i dati dei trial. Informazioni e nuove terapie

A
umento di dimen-sione nel pancreas
degli animali, mag-gior concentrazione
di enzimi pancreatici nell’uo-mo, casi di neoplasie tiroidee e
pancreatiti nei primi trial clini-ci. Sono alcuni dei potenziali
rischi associati all’uso dei far-maci antidiabetici incretino-mimetici (tra cui exenatide, li-raglutide e sitagliptin) portati
alla ribalta da un’inchiesta
pubblicata sul British Medical
Journal nel quale si accusano
le aziende farmaceutiche di
aver nascosto questi dati. «Ci
sono molti segnali preoccu-panti di effetti indesiderati sul
pancreas delle terapie a base di
incretina, ma mancano studi
controllati», sostengono
Thorvardur Halfdanarson e
Rahul Pannala della Mayo cli-nic di Scottsdale in Arizona.
Ecco perché, l’American Dia-betes Association, dall’annua-le congresso che si conclude
oggi a Chicago, ha chiesto alle
aziende farmaceutiche di ren-dere disponibili i dati dei trial
clinici per un’analisi indipen-dente che verifichi la sicurezza
per il pancreas.
Un invito già accolto dalle
principali aziende che si sono
dichiarate pronte a monitorare
attentamente l’uso dei loro far-maci con programmi di farma-covigilanza. «È molto difficile
capire come stanno davvero le
cose anche perché i pazienti
diabeteci hanno una naturale
predisposizione a sviluppare
pancreatiti per cui non è possi-bile distinguere se si tratta di un
effetto delle incretine oppure
di una conseguenza della ma-lattia stessa», ha spiegato a Chi-cago Antonio Ceriello, presi-dente dell’Associazione Medi-ci Diabetologi. In Italia, dove le
incretine sono meno usate ri-spetto agli altri paesi europei a
causa delle limitazioni legate
alla prescrivibilità, l’Agenzia
Italiana del Farmaco ribadisce
la necessità di mantenere la
prescrizione solo ai pazienti
che ne traggono realmente be-neficio e sotto attento control-lo medico.
Dal canto loro, gli specialisti
attraverso la Società italiana di
Diabetologia (Sid), l’Associa-zione medici diabetologi
PER SAPERNE DI PIÙ
www.aad.org/meetings/2013-annual-meeting
www.aemmedi.it
LE TERAPIE
Difficile secondo
gli esperti capire
se c’è un link
con pancreatiti
e tumori alla tiroide
(Amd) e Diabete Italia chiedo-no l'apertura di un tavolo di di-scussione sul processo di revi-sione della rimborsabilità di
queste terapie che sia fondato
su solide basi scientifiche. Ma
che fare in attesa di capire qual
è la situazione?
«I pazienti che assumono le
incretine devono essere infor-mati dei rischi in modo da po-ter prendere una decisione più
consapevole», ha detto Robert
Rather, direttore medico-scientifico dell’Ada. «Informa-re il paziente è doveroso, ma al
momento non c’è nessuna ra-gione per ridurre l’utilizzo del-le incretine che rappresentano
un importante passo avanti
nella terapia del diabete so-prattutto perché sono in grado
di evitare le ipoglicemie», di-chiara Ceriello.
E proprio sulla riduzione del-le ipoglicemie puntano i nuovi
anti-diabetici tra cui degludec,
che rilascia insulina in modo
costante nell’arco di 24 ore con
una durata superiore alle 42
ore. I risultati di una metanalisi
sugli studi clinici di fase 3 che ha
coinvolto 4.330 persone hanno
dimostrato una significativa ri-duzione dell’incidenza di ipo-glicemia, in particolare nottur-na, sia nei pazienti con diabete
di tipo 1 che di tipo 2.
All’Ada è stato presentato
anche lo studio Once Long con-dotto nell'arco di due anni per
misurare la qualità di vita dei
pazienti. I dati hanno eviden-ziato un miglior punteggio re-lativo allo svolgimento delle
comuni attività quotidiane, co-me camminare e vestirsi.

domenica 7 luglio 2013

Allergie, respiro allarme otorini per i nasi rifatti

C
leopatra, seducente
regina egiziana, pare
avesse un naso aquili-no e abbastanza gros-so ma, come disse Pascal, “se il
suo naso fosse stato più corto, né
Cesare né Marcantonio si sareb-bero innamorati di lei...”. Il fasci-no, insomma, passa anche per il
naso. Lo pensano sicuramente
quanti, sempre di più, ricorrono
alla chirurgia plastica (rinoplasti-ca) per eliminare gobbetta, im-perfezioni, assottigliare, rimpic-ciolire, il proprio naso. Soprattut-to uomini, secondo la ricerca
Doxopharma. «Nonostante la cri-si, anche in Italia sempre più ma-schi ricorrono alla chirurgia este-tica, sono diventati una compo-nente fondamentale del merca-to», conferma il chirurgo plastico
Egidio Riggio, Istituto Nazionale
Tumori, Milano. L’intervento co-sta dai 4500 agli 8mila euro, a se-conda della struttura in cui viene
fatto. Certo, l’intervento può mi-gliorare l’armonia del viso ma più
che altro si pensa possa eliminare
problemi psicologici d’imbaraz-zo, di autostima che in realtà van-no spesso al di là dell’estetica.
Gli stessi chirurghi plastici av-visano però che si tratta di una
struttura delicata sulla quale è
meglio intervenire il meno possi-bile. «Rimuovendo troppo osso e
cartilagine si rischia di far cedere
punti di appoggio fondamentali
alla corretta respirazione. Inter-venire più volte aumenta il rischio
di asimmetrie, “insellature”, col-lasso delle narici. Asportando
troppa cartilagine alare si rischia
di far crollare la punta», allerta
Mario Dini, chirurgo plastico a Fi-renze e Milano.
Un nuovo allarme, a maggior
ragione, viene dagli otorini con il
100° Congresso Nazionale SIO,
Società Italiana di Otorinolarin-gologia e Chirurgia Cervico-Fac-ciale. «La rinoplastica è come un
vestito su misura, il sarto suggeri-sce ciò che è meglio, il chirurgo
coscienzioso non si spinge molto.
Nella deviazione
del setto spesso
bastano semplici
terapie mediche
Non serve il bisturi
Allergie, respiro
allarme otorini
per i nasi rifatti
L’uomo è il peggiore cliente, non
è mai contento. A volte si sconfina
nel patologico, s’interviene ripe-tutamente anche se non serve…»,
commenta l’otorino Attilio De-naro, direttore presidio ospeda-liero Comiso (RG).
E se dopo la rinoplastica non si
respira bene? «Se prima dell’in-tervento la persona respirava be-ne, non aveva forme allergiche, ri-niti vasomotorie aspecifiche, il
problema è di tipo chirurgico. Se
invece c’è una deviazione del set-to non sempre serve raddrizzare il
setto. L’80% dei problemi si cura
con la terapia medica (farmaci to-pici a basso dosaggio, antistami-nici, irrigazioni nasali). Il 40% dei
nostri nasi ha una rinite allergica
che a volte non è valutata, il 13%
ha una forma di rinite vasomoto-ria, cellulare», conclude Matteo
Gelardi, otorinolaringoiatra, re-sponsabile del Centro Rinologico
del Policlinico universitario di
Bari

La diagnosi di tunnel tarsale che arriva dopo anni di dolori

i presenta come un
dolore sotto la pianta
del piede, oppure al
tallone o sotto le dita,
tanto che generalmente il di-sturbo viene liquidato con le
comuni diagnosi di tallonite,
spina calcaneare, fascite plan-tare o metatarsalgia. Di qui le
cure del caso, plantari, infil-trazioni locali di cortisone, an-tinfiammatori e fisioterapie.
Tutto inutile. La diagnosi cor-retta è ben altra. Si tratta di sin-drome del tunnel tarsale. Pa-rente stretto della più comune
e nota sindrome del tunnel
carpale che colpisce la mano,
il tunnel tarsale è capace di
imitare i sintomi di numerosi
altri disturbi del piede e ritar-dare la corretta diagnosi. Tan-to che questa sindrome fu per
la prima volta diagnosticata e
descritta soltanto nel 1962.
Ancora oggi benché relati-vamente frequente, non viene
prontamente riconosciuta e
viene trattata impropriamen-te. Si ritiene che dalla compar-sa dei sintomi alla diagnosi di
sindrome di tunnel tarsale
passano in media 3,5 anni e
vengono consultati 4,2 spe-cialisti tra ortopedici, fisiatri e
reumatologi.
Il primo segno da ricercare è
il dolore dietro e sotto il mal-leolo mediale. Picchiettando
con un dito o comprimendo
con il pollice questa zona, se si
tratta di sindrome del tunnel
tarsale, compaiono i tipici di-sturbi sotto il tallone e la pian-ta del piede. A volte, nei casi
più severi, chi ne soffre avver-te bruciore e una sensazione
di corrente che parte da dietro
il malleolo e che si irradia alla
pianta del piede e alle dita.
Con il tempo il dolore diventa
invalidante, tanto da penaliz-zare il passo e costringere il pa-ziente a fermarsi, togliere la
scarpa e a massaggiare il pie-de. Infine, i dolori e i bruciori
persistono anche a riposo e
durante la notte. Nei casi di
estrema gravità, perché tra-scurati o non diagnosticati per
tempo, possono comparire
anche disturbi motori delle di-ta e il piede viene avvertito co-me costretto in una morsa e li-mitato nei movimenti.
Tutto ciò a causa di un ner-vo: il nervo tibiale posteriore.
Si tratta di un grosso nervo mi-sto, sensitivo e motorio che
transita dalla gamba al piede,
in uno stretto passaggio che si
trova proprio giusto dietro il
malleolo tibiale (la sporgenza
ossea mediale della caviglia).
Questo passaggio si chiama
tunnel tarsale ed è formato dal
contributo di tibia, calcagno e
astragalo che ne formano la
parete ossea posteriore e
profonda e da una fascia fibro-sa che ne forma il tetto e la par-te più superficiale. In questo
tunnel passano oltre al nervo i
tendini per flettere le dita, una
arteria e due vene. Uno spazio
quindi ristretto e affollato. Di
qui la facilità con cui il nervo
può subire una compressio-ne. Basta infatti che un tendi-ne si infiammi o sviluppi una
cisti, che le vene formino vari-ci o una frattura delle ossa pro-duca callo esuberante o anco-ra che una trauma produca un
ispessimento della fascia fi-brosa superficiale, che lo spa-zio non basta più per tutti gli
elementi anatomici contenu-ti nel tunnel tarsale.
Il nervo essendo la struttura
anatomica più delicata e vul-nerabile, ne fa le spese e inizia
a soffrire per la compressione
che subisce nel suo passaggio
nella caviglia. Tanto basta a
scatenare bruciori, dolori e
formicolii al piede.
* Specialista in Ortopedia
e Traumatologia, Medicin

Glicemia - Carboidrati, dieta, parametri la pasta italiana è promossa

n elemento da cui non si può pre-scindere parlando di alimenta-zione e salute. È l’indice glicemi-co, il parametro che misura la
qualità dei carboidrati. Per la pri-ma volta è stato emesso un docu-mento di consenso su questo fat-tore. È successo a Stresa, nel cor-so di un incontro internazionale
organizzato da Nutrition Foun-dation of Italy e la statunitense
Oldways. Gli studiosi  hanno pas-sato in rassegna le ricerche più
recenti su indice glicemico, cari-co glicemico (parametro che
combina la qualità dei carboi-drati con la quantità presente in
una porzione standard) e rispo-sta glicemica (come alimenta-zione e stile di vita modificano
nel tempo la capacità individua-le di controllare il metabolismo
glucidico).
Esperti di diverse nazioni sono
stati concordi nel ribadire l’im-portanza della qualità dei carboi-drati, misurata tramite l’indice
glicemico. I carboidrati presenti
nei diversi cibi condizionano in
modo diverso la glicemia del do-po pranzo. Sottolineata anche la
correlazione tra diete a basso in-dice glicemico e riduzione del ri-schio sia di diabete di tipo 2, che
di malattia coronarica. Risulta
migliore poi il controllo della gli-cemia nei soggetti già diabetici.
Il Comitato degli specialisti
raccomanda l’inclusione del-l’Indice Glicemico e del Carico
Glicemico nelle linee guida die-tetiche nazionali, così come nel-le tabelle di composizione degli
alimenti. Inoltre invita a consi-derare l’opportunità di segnala-re l’indicazione di “basso indice
glicemico” nelle confezioni degli
alimenti. La valutazione dell’in-dice glicemico completa gli altri
metodi di caratterizzazione degli
alimenti contenenti carboidrati
(come fibre e contenuto di cerea-li grezzi).
Dal summit si è avuto quindi
un contributo per definire sem-pre meglio i criteri di  una dieta
sana. E ricordare che ci sono ali-menti gustosi “amici” del meta-bolismo glucidico come la pasta-sciutta al dente, uno dei piatti ita-liani più noti. Afferma Andrea
Poli, direttore scientifico di Nu-trition Foundation of Italy: «Ali-menti tipici del nostro Paese, a
partire dalla pasta di semola di
grano duro cotta al dente, escono
da questo convegno con un’im-magine salutistica rafforzata. Il
documento permette anche di
valutare con maggior indulgen-za l’uso alimentare dello zucche-ro, a dosi non eccessive e nel con-testo di una dieta variata ed equi-librata. L’indice glicemico del
saccarosio è infatti più favorevo-le di quello di alcuni amidi». Sot-tolinea Walter Willet, responsa-bile del Department of Nutrition,
Harvard School of Public Health
di Boston: «La riduzione di indi-ce glicemico/carico glicemico
dovrebbe diventare una priorità
di sanità pubblica, dato le evi-denze legate al rischio di diabete
di tipo 2 e malattie cardiovasco-lari»