mercoledì 17 luglio 2013

Estremo o light? Quando il fitness fa restare giovani

are sport fa invecchiare meglio, o, addirittura, me-no? Per scoprirlo alcuni ricercatori hanno studiato
l’effetto dell’esercizio fisico sui telomeri, strutture
simili a dei cappucci che racchiudono le estremità
dei cromosomi, considerati un indice di senescen-za cellulare perché si accorciano ogni volta che una
cellula si divide. Secondo un recente studio pubbli-cato su Plos One , un alto livello di resistenza e di ca-pacità aerobica, tipica degli atleti, ha effetti positivi
sulla lunghezza dei telomeri.
Realizzata da un gruppo di ricercatori dell’uni-versità norvegese di Trondheim in collaborazione
con colleghi di Roma Tre, la ricerca mette in relazio-ne l’intensità della pratica sportiva con la lunghezza
dei telomeri in quattro gruppi di persone, diversi per
età e grado di allenamento. Il confronto è stato fatto
tra dieci giovani di età compresa tra i 22 e i 27 anni, e
altrettanti anziani tra i 66 e i 77 anni. Entrambi i grup-pi di età erano composti per metà da partecipanti as-sidui a una maratona sciistica di 58 km, dunque al-lenati ad attività di endurance, cioè con alte capacità
di resistenza alla fatica per periodi prolungati, e per
l’altra metà da persone non sedentarie e media-mente in forma, ma non sportivi in senso stretto. In
entrambi i gruppi d’età, la lunghezza dei telomeri è
risultata maggiore nei più allenati, anche se la diffe-renza era più elevata tra gli anziani rispetto ai giova-ni.
«I risultati mostrano che tra gli anziani, il gruppo
degli atleti risulta avere telomeri notevolmente più
lunghi rispetto ai non atleti. Sembra dunque che
l’attività aerobica intensa abbia contribuito a ral-lentare la costante erosione delle estremità dei cro-mosomi», spiega Antonella Sgura, ricercatrice di ge-netica al dipartimento di scienze di Roma tre e co-autrice dello studio. In sostanza è come se chi prati-ca allenamenti intensi invecchi un po’ più lenta-mente, almeno dal punto di vista cellulare. «La mi-nore differenza riscontrata tra i più giovani può
essere determinata dalla limitatezza del campione,
o dal fatto che l’azione a lungo termine dello sport
non è ancora visibile, ma anche dal fatto che nei gio-vani il processo di declino fisiologico delle cellule
non è ancora a uno stadio avanzato», osserva Sgura.
«Si tratta però di un argomento controverso», sot-tolinea Michele Guesci-ni, ricercatore e titolare
del corso di Biologia
molecolare applicata
allo sport dell’univer-sità di Urbino, «altri stu-di hanno messo in luce
che allenamenti pro-lungati e ad alta resi-stenza aumentano lo
stress ossidativo, cioè inducono una maggiore
quantità di radicali liberi che possono danneggiare
le cellule». Lo studio entra infatti nell’annosa di-scussione se sia meglio praticare un’attività fisica
moderata o allenamenti molto intensi, e prendendo
in esame parametri diversi, le persone dedite al fit-ness estremo non sempre sono quelle che a distan-za di tempo se la passano meglio. Ancora sulla ma-ratona sciistica, un team di ricercatori danesi segna-la sull’ European Heart Journal un aumento del 30%
del rischio di aritmia cardiaca tra gli habitué a que-sto tipo di gare. E diverse evidenze sono state rac-colte in un articolo pubblicato su  Mayo Clinic Pro-ceedings sui potenziali effetti negativi per il cuore del
praticare per anni attività troppo intense e prolun-gate, come la maratona, il triathlon, ciclismo e altri
sport dove è richiesta capacità resistere a lungo in
condizioni di forte sforzo. «In effetti in altri studi che
ho realizzato con altri team di ricerca», conferma
Sgura, «è emerso che l’attività fisica moderata aiuta
a contrastare lo stress ossidativo, un po’ come se au-mentassero le difese antiossidanti endogene

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