domenica 19 gennaio 2014

Un navigatore per non vedenti Bocelli mette al lavoro il Mit

Un navigatore per non vedenti
Bocelli mette al lavoro il Mit
DAL NOSTRO INVIATO
ARNALDO D’AMICO
BOSTON
on ho pensato alla mie esigenze, io
sono un privilegiato. Ho pensato ai
tanti non vedenti come me che vivono in città, hanno problemi ad andare al lavoro, a fare la spesa e recarsi dagli amici, che hanno bisogno sempre
di qualcuno che li accompagni. Così,
quando tre anni fa, dopo un concerto, ho avuto la fortuna di incontrare,
qui a Boston, Munther Dahleh, vicepresidente del Massachussets Institute of Technology (Mit), gli ho chiesto se potevano realizzare uno strumento che rendesse i non vedenti in
grado di assolvere le incombenze
della vita, senza dipendere più dagli
altri. E concedersi il desiderio di essere, come tutti, da soli ogni tanto. Mi
rispose come Obama, “Yes, we can”.
Mi allargò il cuore. Da allora ho un
motivo in più per cercare di cantare
al meglio, per raccogliere i fondi per
sostenere il lavoro degli scienziati».
Così Andrea Bocelli, in un’aula cristallo e acciaio del Mit a Boston, ha
raccontato come, insieme al centro
di ricerca tecnologica più famoso del
mondo, abbia avviato una collaborazione che in tre anni ha fruttato già un
prototipo, che, appeso al collo, rende
più autonomo un non vedente (le
funzioni sono illustrate nel disegno).
I risultati raggiunti, e i problemi
ancora da risolvere, sono stati illustrati di recente dal responsabile del
laboratorio di Tecnologia assistiva
del Mit, Seth Teller. In sintesi il prototipo, al momento ancora un nudo
telaio di metallo grande come uno
zainetto, dove i vari componenti
possono essere facilmente montati e
rimossi, individua gli ostacoli sul
cammino, riconosce i volti di persone conosciute e fornisce informazioni su distanza e direzione in cui si
muovono, individua nell’ambiente
circostante cartelli e scritte presenti e
le legge. «Abbiamo risolto il problema della trasmissione delle informazioni al non vedente - ha spiegato
Teller - attraverso un sintetizzatore
vocale, come nei sistemi di navigazione satellitare. Ma l’udito per il non
vedente è un canale sensoriale prezioso che è bene non “ingolfare” con
una voce. Per questo abbiamo studiato una tavoletta la cui superficie
mobile si “anima” delineando lettere, simboli Braille o di qualunque altro tipo o immagini da leggere col tatto. La difficoltà ora è dotare il prototipo delle funzioni del cervello».
E sì, perché se l’occhio, inteso come la parte del prototipo che legge le
scritte e le trasmette al non vedente,
si può considerare fatto, ora gli va dato un cervello che gli indichi dove sono le scritte importanti, quali invece
ignorare, quali leggere prima delle altre. Ma non conoscendo come il cervello umano affronti questi problemi, non si sa che cosa “copiare”.
Lo stesso limite per i volti. Un video
ha mostrato un non vedente equipaggiato col prototipo che, incontrando una persona in un corridoio,
la saluta per primo, chiamandola per
nome. «Il non vedente non può cercare nessuno, può solo aspettare di
essere cercato», ha ricordato David
Hayden, il giovane dottorando che
sta lavorando sul riconoscimento devolti. Ma per raggiungere la capacità
di riconoscere amici e conoscenti in
una riunione o in una folla in movimento e in tempo reale, anche in
questo caso, bisogna sapere come
opera il cervello.
Per questo Laura Giarrè dell’università di Palermo, coordinatrice
scientifica del programma Challenges, sostenuto dalla Fondazione Andrea Bocelli (Abf), che sta sviluppando il prototipo, ha organizzato e presieduto al Mit anche un confronto tra
scienziati che sviluppano sistemi di
ausilio a non vedenti, “occhi elettronici” per robot e sonde spaziali, e
neurofisiologi che indagano sulla visione provenienti da vari centri di ricerca degli Stati Uniti e di molte università italiane (una sintesi di questi
studi nell’articolo in alto a destra).
Infine Bocelli, insieme al presidente del Mit Rafael Reif, e all’ambasciatore italiano negli Usa Claudio
Bisogniero, ha aperto nel pomeriggio anche il workshop del secondo
programma sostenuto da Abf “Break
the Barriers” che si occupa di lotta alla povertà. Il presidente di Abf Laura
Biancalani, i project managers haitiani della Fondation Saint Luc, partner di Abf per l’intervento in Haiti e
membri dell’Abdul Latif Jameel Poverty Action Lab (Jpal), centro di ricerca sempre del Mit che studia come rendere efficaci gli interventi
umanitari nei paesi poveri e non solo. È noto infatti che l’invio di soldi,
alimenti e altre risorse “a pioggia”,
senza individuare prima degli obiettivi, le strategie per raggiungerli e soprattutto verificare i risultati, spesso
non dà alcun beneficio ed a volte, anzi, peggiora la situazione. Nel workshop sono stati analizzati i risultati sinora ottenuti ad Haiti su acqua e educazione.

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